“I birrifici artigianali italiani: continua la crescita o ci sarà una selezione di qualità?”

Stazione Leopolda - Area Ring

Una birra non pastorizzata, non microfiltrata, prodotta da un birrificio indipendente, libero dalla partecipazione di industrie multinazionali, in quantità inferiori ai 200.000 ettolitri l’anno: questa è oggi la definizione di birra artigianale in Italia. La delimitazione di un campo di senso non esaurisce molte questioni aperte, come il significato di artigianalità, l’ampiezza del mercato e le possibilità di una sua ulteriore crescita anche internazionale, le caratteristiche della produzione italiana, e il rapporto con l’industria. Tutti questi punti sono stati trattati sul Ring di Taste, nella chiacchierata moderata da Davide Paolini che ha coinvolto Teo Musso, fondatore del marchio Baladin, Agostino Airoli di Birrificio Italiano, Leonardo Di Vincenzo di Birra del Borgo ed Eugenio Pellicciari di Italian Hops Company.
Dalle parole di chi nella birra mette le mani emerge subito la limitatezza del termine artigianale, e il racconto si sposta su altri aspetti: Airoli parla di birra di entusiasmo e creatività, che fa sognare; Musso di birra viva. L’etichettatura rigida rischia di tralasciare gli aspetti qualitativi della produzione, soffermandosi su quelli quantitativi dell’azienda –è il numero di dipendenti che la certifica come artigianale- oltre a eclissare l’importanza delle innovazioni moderne, fondamentali per tutelare l’integrità della materia prima.
Oggi in Italia sono 700 i birrifici che rientrano in questi parametri, e 300 le beer firm, homebrewer che si appoggiano a impianti altrui per la commercializzazione del prodotto. La crescita della produzione annua è circa 10 volte superiore a quella del mercato, e l’esito inevitabile è la chiusura di molte realtà neonate. Manca un processo di acculturazione parallelo alla diffusione della birra artigianale e un’omogeneizzazione della fruibilità: molte aree sono ancora terra di nessuno. Un primo passo importante da questo punto di vista è il DDL da poco approvato dalla Camera, che attraverso una definizione netta di birra artigianale, vuole incentivare, con una politica di sgravi fiscali, i piccoli produttori. Tra gli aspetti prioritari emerge il sostegno alla filiera del luppolo: la riscoperta delle varietà italiane e lo stimolo alla coltivazione potrebbero aprire nuove frontiere agricole e permettere di sviluppare birre dal profilo marcatamente nazionale.
Un indice del cambiamento è la tendenza dell’industria a emulare la piccola produzione, sviluppando linee parallele che si avvicinano al gusto artigianale. Il confronto non rappresenta una minaccia, infatti all’industria manca il dinamismo necessario per sperimentare e innovare.
 

Lo sviluppo di un discorso istituzionale non deve far perdere di vista il carattere libero della birra artigianale, che dall’assenza di una codificazione rigida ha tratto la linfa necessaria al successo, anche estero. Al pieno compimento di quest’ultimo manca la capacità di fare consorzio e creare una comunità dall’identità riconoscibile. La ricerca di una definizione e il lavoro che l’Italian Hops Company, in particolare, sta svolgendo sui luppoli autoctoni vanno proprio in questa direzione.