UNINVITED - MARCELO BURLON

Puoi arrivare dove vuoi, ovunque sei. L’importante è capire bene chi sei, cosa ti piace e cosa non.” Marcelo Burlon è uno che si è fatto da solo. Ha disceso e risalito la china, sempre a testa alta. Marcelo è senza filtri. Non conosce il compromesso, piuttosto ha creato regole proprie. Ed è un esempio di come l’outcast possa, con orgoglio, essere tra le 500 persone più influenti del mondo della moda secondo Business of Fashion. Ma lui è questo e molto altro ancora.
Vita personale e professionale si intrecciano in maniera inscindibile nel docu-film Uninvited-Marcelo Burlon scritto da Andrea Batilla e diretto da Mattia Colombo che sarà presentato in occasione di Pitti Uomo 93 al Cinema La Compagnia di Firenze, giovedì 11 gennaio alle ore 21.30.
La sua storia e il suo percorso, la chiave del suo successo. Lui, Marcelo Burlon.

Perché Uninvited? In che modo questa parola si lega alla tua storia?
Uninvited racchiude in una parola sola uno stato sociale, dove persone come me, che in qualche modo rappresentano l’indipendenza nel sistema moda, non erano invitate agli eventi istituzionali; poi, con il tempo, sono diventato io stesso l’organizzatore di molti di questi happening.
 
Cosa pensi e speri che emerga di te, personalmente e professionalmente, da questo documentario?
In realtà l’obiettivo di questo documentario era raccontare la mia storia in modo semplice e diretto, senza filtri. In molti si chiedono quale sia stata la chiave del mio successo, e in questo film c’è tutta la mia storia.
 
Il documentario è articolato in 4 luoghi differenti: Patagonia, Milano, Marche e Napoli. Cosa significano per te questi luoghi? Patagonia e Milano, penso che siano idealmente, e non solo, agli antipodi: una terra ricca di spiritualità, la Patagonia, e la frenesia in un certo senso di Milano. Come si risolvono nella tua essenza? 
Si raccontano 5 posti, c’è anche Parigi per quanto riguarda la parte commerciale. Tutti questi luoghi fanno parte della mia vita, sono posti dove vivo e lavoro, non potrei mai confrontarli perché in ognuno di loro c’è una storia diversa, ci sono persone diverse con le quali ho scelto di fare un percorso di vita personale e professionale.
 
Cosa significa riuscire a scrivere la propria storia? Quali sacrifici ha comportato il tuo percorso? E in cosa pensi invece di aver raggiunto la tua libertà? Se potessi, rifaresti qualcosa?
Rifarei tutto, ogni esperienza vissuta, ogni persona incontrata in questo viaggio è stata fondamentale per la mia crescita. Creare il tuo proprio mondo significa non scendere a compromessi, significa andare contro un sistema o semplicemente non stare alle regole altrui, ma creare le tue. La libertà si raggiunge quando decidi dal profondo del cuore di essere te stesso in qualsiasi occasione, di dare un valore profondo alla vita e fornire il tuo contributo per aiutare a cambiare le cose. Quando dai una speranza alle nuove generazioni, sai che hai raggiunto la libertà assoluta.
 

Il tuo percorso è stato eclettico e, rapportato al tuo lavoro di designer, non sempre accettato e capito... che cosa ha significato tutto questo per te? Pensi che in qualche modo sia servito per spronarti a continuare? E credi davvero che "in Italia se vuoi, puoi arrivare dove vuoi"?

Puoi arrivare dove vuoi, ovunque sei, l’importante è capire bene chi sei, cosa ti piace e cosa non. Non sono stato subito accettato perché ho portato qualcosa di nuovo, un modo di comunicare diverso da com’erano abituati nel mondo della moda. Ho iniziato per primo a utilizzare i social media per promuovere i miei eventi e poi il mio marchio. La mia storia è studiata in Bocconi e in altre università di business e marketing, hanno fatto circa una trentina di tesi su di me. Tutto questo è molto bello e “strano” allo stesso tempo. Ricevo decine di messaggi ogni giorno da ragazzi che ce la vogliono fare, che vogliono spaccare il mondo, ma molto spesso hanno in mente soltanto l’arrivare e non il percorso. Il percorso è la parte più interessante della propria storia, perché è lì che uno cresce, attraverso le esperienze vissute, poi l’obiettivo finale magari arriva, ma in quel percorso è racchiusa tutta l’essenza.

A talk with Marcelo Burlon

Andrea Batilla, autore del documentario, ci racconta Marcelo Burlon

“Una persona normale che, pur avendo avuto una parabola professionale e personale straordinaria, è rimasto quello che è sempre stato.” Così Andrea Batilla - giornalista, e sceneggiatore del documentario Uninvited - Marcelo Burlon definisce il designer.
Con quasi due anni di lavorazione, Uninvited, diretto da Mattia Colombo, racconta una delle più atipiche e controverse figure della moda contemporanea, ma è anche una narrazione trasversale che, partendo da una storia individuale, abbraccia temi più ampi che spaziano dall’identità al riscatto sociale, dalla creazione di comunità al senso di appartenenza e celebrazione della diversità.
In occasione di Pitti Uomo, il documentario sarà proiettato giovedì 11 gennaio alle 21.30, al Cinema La Compagnia di Firenze.

Abbiamo chiesto ad Andrea Batilla di raccontarci qualcosa di più:

Da cosa nasce l'idea del documentario? 
Negli ultimi anni si sono moltiplicati i documentari che hanno per oggetto la moda. Alcuni hanno avuto una narrazione sincera e interessante, molti sono stati solamente momenti autocelebrativi privi di interesse. Il mondo della moda ha sicuramente bisogno di essere raccontato in maniera più approfondita perché è spesso vittima di stereotipi facili e superficiali ma anche dell’assuefazione al gigantesco ego di molti designer. Proprio da questa idea, mia e del regista Mattia Colombo, nasce il documentario che in realtà è la storia di una persona normale che, pur avendo avuto una parabola professionale e personale straordinaria, è rimasto quello che è sempre stato.
 
Perché Uninvited? In che cosa pensa che la storia di Marcelo possa aver rappresentato una rivoluzione, una rottura, nella moda contemporanea?
Marcelo Burlon è uno che si è fatto da solo, che, come dice lui nel film, non è nato con due cognomi, non ha mai fatto parte dei circoli giusti e nonostante questo è entrato nella lista delle 500 persone più influenti del mondo della moda secondo Business of Fashion. La moda può sembrare un sistema meritocratico ma in realtà è un mondo chiuso con regole vecchie di decenni. Marcelo le ha scardinate tutte costruendosi una credibilità attraverso un rapporto diretto con i suoi clienti solo con l’uso dei social e della musica.
 
Quanto tempo, filmati, ricerche sono stati necessari per realizzarlo?
Il film ha richiesto quasi due anni di lavorazione tra girato, ricerche di archivio e montaggio. In particolare attraverso la grande quantità di materiale d’epoca siamo riusciti a dare uno spaccato dell’evoluzione della moda tra gli anni Novanta e oggi, raccontando come il mondo del clubbing e dello streetwear ne abbiano influenzato fortemente l’estetica ma anche le dinamiche.
 
Che cosa emerge secondo lei dal documentario?
Spero che si capisca che oggi esiste una libertà che fino a dieci anni fa era impensabile. Una libertà che sta portando per alcuni ad una eccessiva democratizzazione dei consumi ma che secondo noi sta mettendo in seria crisi i grandi gruppi globali lasciando finalmente spazio alle iniziative indipendenti.
 
Che cosa pensa possa emergere riguardo alla figura di Marcelo?
Marcelo è un personaggio molto amato e molto odiato, come tutte le persone che hanno un forte aspetto pubblico. Quello che ci ha colpito di lui, e che nessuno di noi forse si aspettava, è stata la sua totale apertura e sincerità nei nostri confronti. Non ha mai avuto paura di rivelarci anche i lati meno glamour della sua vita, i più umani, i più contraddittori ma anche i più fortemente personali come il suo amore per la spiritualità.
 
E lei come lo descriverebbe, adesso, a noi?
Credo che Marcelo sia fondamentalmente una persona risolta, uno che ha attraversato l’inferno ma che ne è uscito vittorioso. È un modello di vita oltre che professionale.
 
Chi vorrebbe che vedesse questo documentario?
Tutti quelli che pensano che la moda sia un ambiente superficiale e fatuo. Tutti quelli che dicono. “In fondo quello ha azzeccato solo una maglietta”. Non è così. E il documentario è lì per dimostrare che dietro ogni percorso di successo c’è spesso una storia personale complessa e una persona che ha saputo trasformare la sofferenza in un’idea che funziona.
 
Anche in Italia, se vuoi, puoi arrivare dove vuoi?

Assolutamente sì. Forse non è facile come negli Stati Uniti ma la storia di Marcelo dimostra proprio questo.