Vince il padiglione accrediti della Fortezza da Basso

E’ stato il nuovo padiglione accrediti della Fortezza da Basso, progettato dall’architetto Elio Di Franco, ad aggiudicarsi il Premio Architettura Territorio Fiorentino 2012 nella categoria Nuova Costruzione. L’opera ha conquistato la giuria per la sua precisione e poeticità, ‘che declina in maniera colta il tema del padiglione. Un semplice parallelepipedo di vetro, sollevato da terra, riflette la vegetazione circostante inserendosi con intelligenza e leggerezza nel contesto non semplice della Fortezza da Basso’.
Realizzato in soli quattro mesi, il progetto dedicato alle funzioni di accreditamento per il pubblico delle varie manifestazioni all’interno della fortificazioni cinquecentesche di Antonio da Sangallo il Giovane, si inserisce senza incertezza in una condizione complessa.
 
Qual è stato il fil rouge, l’idea dominante del progetto?
Realizzare un’architettura in armonia con un luogo tanto sensibile come la Fortezza. Il più trasparente possibile, mai invasivo. L’idea dominante è quella del movimento, quale atto del percorrere lo spazio.
Il movimento è il principio generatore della forma: il vuoto, che diventa l’elemento portante della strutturazione di uno spazio architettonico polisegnico, davanti al segno forte: la Fortezza da Basso. La struttura nasce intorno al vuoto, per includere il contesto, il paesaggio circostante. La regolarità geometrica dell’involucro non altera il delicato equilibrio con il quale si rapporta al luogo: la trasparenza delle superfici verticali non limita la percezione di tutto ciò che c’è intorno e lascia intuire funzioni e contenuto dello spazio interno, l’immediata riconoscibilità da parte degli utenti esterni della “porta d’ingresso” per accedere ai servizi del Polo Espositivo. 
 
Come è riuscito a creare un impatto poetico nella struttura?
L’uso dei materiali, la concezione stessa dell’edificio, la trasparenza che lascia intravedere l’interno o riflette la superficie esterna. L’obiettivo era minimizzare la struttura, senza negarne il concetto o le funzioni, creando una sorta di continuum con il contesto in cui si inserisce.