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THE QUESTION

“Negli ultimi tempi il fashion system è sottoposto a molti scossoni, grazie ai continui cambiamenti a cui va incontro. Nomi noti che lasciano i loro posti di creative director in maison famose, un serie di giri di valzer che non si vedeva da tempo. A cosa è dovuto secondo lei questo momento? E cosa porterà in positivo e in negativo al sistema?”

Cristina Manfredi, giornalista di Vanity Fair


Credo si debba operare un distinguo tra chi ha scelto di lasciare la propria posizione per il bisogno di rallentare il ritmo creativo e chi invece ha preso decisioni strategiche per la propria carriera. Se penso a Raf Simons e Alber Elbaz, vedo in loro l'esigenza di ripensare il metodo di lavoro, in base alle inclinazioni personali. Vero è che Simons ha lasciato, mentre Elbaz si è trovato in una posizione scomoda che lo ha portato all'addio a Lanvin. Entrambi però hanno lamentato l'impossibilità di lavorare con timing troppo serrati e pressanti. Diversa mi pare, invece, la posizione di Hedi Slimane, che mi pare motivato più da obiettivi ormai divergenti, in termini economici, rispetto al management di Saint-Laurent.
Difficile dire se l'impatto sia negativo o meno. Per natura sono favorevole a novità e cambiamenti, solo mi sembra che ai creativi sia richiesto un tempo sempre minore per produrre idee convincenti. La velocità del mercato, poi, queste idee le consuma in un lampo, lasciando i designer in una condizione di crescente ansia. Immagino che ormai sia impossibile rallentare questa dinamica, anche perché noi consumatori abbiamo richieste sempre più pressanti e ci disamoriamo molto velocemente di quello che fino a una stagione prima ci sembrava interessante.
Suppongo che la soluzione stia nel creare due binari differenti per la moda. Da una parte chi, per vocazione, vuole andare veloce. Dall'altra chi, invece, sa rinunciare a business più corposi per ritagliarsi una nicchia "slow".
 

Simone Marchetti, fashion editor of La Repubblica, Repubblica.it and D.Repubblica.it


Il profondo cambiamento in atto nel fashion system non mi sorprende, anzi, lo trovo quasi in ritardo rispetto alla grande, drastica rivoluzione che Internet ha portato a tutti i livelli della società. Dall'economia alla politica, dall'informazione alla scienza fino ai nostri modi di apprendere, amare, conoscere e quindi anche vestirci. Il giro di poltrone degli stilisti, famosi e non, è solo la punta dell'iceberg di tutto questo. A mio parere sta succedendo qualcosa di molto simile a quello che successe nel passaggio da Worth a Chanel, all'inizio del Novecento. E chi analizza e critica il cambiamento con le categorie di ieri, rischia di perdere di vista la sostanza dei fatti rifugiandosi in una facile, scivolosa e almeno per me inutile nostalgia. Sono affascinato e incuriosito dal lavoro e dai cambiamenti che a più livelli stanno facendo Alessandro Michele e Marco Bizzarri, Demna Gvasalia e Christopher Bailey. Seguo, poi, con interesse le ripetute dichiarazioni di Raf Simons sull'impossibilità di cedere alle regole della "nuova" moda e trovo giusto il suo aver lasciato Dior, anche nell'ipotesi che si sia trattata di una decisione subita più che scelta. Dall'altra parte, non posso non notare come Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli da Valentino riescano a fare persino più di Raf Simons, mantenendo livelli di creatività e ispirazioni altrettanto alti se non addirittura superiori a quelli raggiunti dall'ultimo Dior. A mio parere, è arrivato il momento di mettere i pregiudizi di ieri definitivamente nel cassetto e di abbracciare il nuovo, a tutti i livelli e in tutte le sue implicazioni, con la forza, la competenza e la preparazione di quello che sappiamo del meglio della tradizione. Ma senza farci imprigionare dalla tradizione. La transizione in atto non è solo creativa, ma industriale, informativa e distributiva. E se devo tirare una linea netta e decidere da che parte stare, posso dire di essere oggi interessato più ai capitani coraggiosi e ai pionieri che ai tromboni che suonano la marcia funebre della morte della moda e della fine della creatività.
 

Alessandro Calascibetta, Direttore Style Magazine-il Corriere della Sera, Fashion Director Moda Uomo Io Donna, Sette, Sportweek, Themenissue.com


Designer che lasciano e designer che vengono bruscamente allontanati. Quanto ci sia di "personale" in questi divorzi non ci è dato di sapere. Gli stilisti capricciosi non sono una leggenda, ma ci sono anche tanti CEO e AD isterici, supponenti e arroganti. E quel che è peggio: incompetenti. Pensi che l'AD di un brand di rilievo pare che durante una riunione con il suo department comunicazione abbia dichiarato "i giornalisti hanno stipendi molto bassi, non si possono permettere di comprare nei nostri negozi; perciò, la stampa non mi interessa". Per dire.
E poi vede, oggi è certo indice di buon senso seguire le logiche commerciali e di marketing prima di disegnare una collezione, ma esiste un limite a tutto. Nel momento in cui le linee guida intervengono in maniera troppo invadente sul territorio del direttore creativo, il risultato finale sarà una via di mezzo tra quel che avrebbe fatto lo stilista e quello che impone il CEO o l'AD del caso. Sarebbe auspicabile un management più preparato in materia. E soprattutto non va dimenticato che la creatività ha bisogno di TEMPO, ha bisogno di SPAZIO e di FLESSIBILITA'. 
Ci sarà prima di quel che immaginiamo, una repentina frenata e si tornerà indietro di botto (o avanti?); alla vecchia maniera. Ricorda Bergé / Saint Laurent? Galeotti / Armani? Strategia e creatività convivevano felicemente (o quasi). A ciascuno il suo mestiere. C'era confronto, c'era dibattito, ma lo stilista faceva lo stilista. Ma parliamo di decenni addietro, mi dirà lei. Eppure... guardi Dolce & Gabbana e la coppia Bertelli e Prada.
 

Serena Tibaldi, fashion editor of La Repubblica and D


Credo che il fenomeno sia strettamente collegato con la scomparsa della maison "classica", con un fondatore e una mente creativa precisa, e il dominio dei grandi conglomerati del lusso: lo stilista è diventato un dipendente, e come tale sostituibile. Quello a cui stiamo assistendo ora, e che fa pensare, è come i designer stessi si siano appropriati di un simile modus operandi, lasciando senza troppe remore posizioni ai vertici quando le richieste del sistema si fanno troppo pressanti o non più in linea col loro modo di pensare. Riguardo poi alla bontà di questo assetto, la questione è stata già dibattuta in lungo e in largo senza approdare a nulla: quindi, appurato che le cose non cambieranno, ci si è adattati. Come risultato oggi la tenuta media di un direttore creativo si aggira intorno ai 4 anni, e la cosa ci sorprende poco o nulla: si è accorciato il circolo vitale, tutto qui. Che poi sia un bene o meno è tutto un altro discorso, ma credo che la nuova realtà, a parte poche eccezioni, sia questa. Meglio abituarsi.